Ben ritrovati! Nello scorso articolo abbiamo visto di cosa si può occupare a grandi linee lo psicologo e abbiamo cercato di sfatare alcuni pregiudizi. Oggi cercheremo di differenziarlo da altre figure, i cui ruoli, talvolta, vengono confusi con quelli dello psicologo clinico. Voglio ricordarvi, però, che questo è solo uno dei tanti contesti applicativi della psicologia. Lo psicologo, infatti, può lavorare anche in azienda, in tribunale, a scuola ecc. Detto ciò, sapete dirmi che differenza c’è tra psicologo e psicoterapeuta?  

Non è semplice, lo comprendo. Vediamo di analizzare, allora, le principali professioni che possono crearci confusione.

  • lo psicoterapeuta
  • lo psichiatra
  • il neurologo
  • il neuropsichiatra
  • il counselor
  • il life coach


Differenza tra psicologo e psicoterapeuta: lo psicologo

Partiamo dal capire di cosa si occupa lo psicologo clinico. 

Di fronte al disagio o al malessere psicologico di un paziente, è compito dello psicologo clinico, innanzitutto, analizzare la domanda di aiuto

Dopo questo momento di valutazione, egli può capire la natura del problema e indicare il tipo d’intervento da adottare per la sua risoluzione. È qui che lo psicologo può inviare il paziente ad un professionista più adatto alle sue esigenze come uno psicoterapeuta, uno psichiatra o un neurologo. 

Se vede, invece, che il problema può essere preso in carico da lui stesso, allora, mostrerà al paziente in che cosa può essergli d’aiuto.

Cosa può e cosa non può fare uno psicologo?

È la legge n.56 del 18 febbraio 1989 che definisce e regolamenta la professione di Psicologo e i requisiti necessari per esercitarla. Ebbene, sì! Abbiamo una legge tutta nostra. 

Ciò che ci è permesso fare è:

  • Prevenzione: anticipare le conseguenze di eventuali fattori di rischio per evitare la comparsa di comportamenti disadattivi o patologici nelle persone.
  • Diagnosi: definire il funzionamento di un individuo attraverso il colloquio e la somministrazione di test.
  • Sostegno psicologico: supportare una persona che si trova in un momento di crisi personale. Questa deve essere legata ad una situazione particolare e limitata nel tempo. Ad esempio, prendere una decisione importante, la scoperta di una malattia, un momento molto stressante sul lavoro o nelle relazioni ecc. Lo psicologo avrà il compito di sostenere il paziente, proponendogli nuove prospettive di approccio al problema, identificando le strategie più idonee alla gestione dello stesso e permettendogli di rilanciare le proprie risorse personali.
  • Abilitazione e riabilitazione: il primo termine significa “rendere abile” una persona a fare qualcosa. Sebbene, quindi, abbia acquisito una capacità, si presume che non abbia destrezza nell’utilizzarla come succede ad esempio nelle persone con dislessia. Il secondo termine, invece, significa “rendere di nuovo abile” una persona a fare qualcosa. Si presume che questa abbia perso un’abilità e ora debba ri-allenarla. Ad esempio, se in seguito ad un ictus ho delle difficoltà di memorizzazione, lo psicologo può impostarmi un percorso di riabilitazione per recuperare l’abilità compromessa.

Lo psicologo, invece, non può:

  • Somministrare farmaci (non siamo medici)
  • Effettuare terapia (i trattamenti di cura sono riservati agli psicoterapeuti)

Differenza tra psicologo e psicoterapeuta: lo psicoterapeuta

Lo Psicoterapeuta è un professionista laureato in Psicologia o in Medicina con una specializzazione post-lauream in Psicoterapia.

Cosa significa concretamente? Dopo la laurea magistrale, il tirocinio professionalizzante, l’esame di stato e l’iscrizione al proprio Albo, ci si trova davanti ad una scelta. Ci si può fermare, lavorando rispettivamente come psicologo o come medico, oppure si può continuare il percorso di studi, iscrivendosi ad una scuola di specializzazione. 

Per noi psicologi esistono due tipi di specializzazione: 

  • Psicoterapia: specializzazione dalla durata, in genere, quadriennale effettuata attraverso scuole ed istituti privati. Ne esistono di diversi orientamenti e per ulteriori dettagli potete consultare il box sottostante.
  • Psicologia: specializzazione dalla durata dai 4 ai 6 anni effettuata attraverso università pubbliche. Gli indirizzi più comuni sono Psicologia clinica e Neuropsicologia. 

Ecco la differenza tra psicologo e psicoterapeuta: è possibile essere psicologi generali senza specializzazione (grazie alla laurea, all’esame di stato e all’iscrizione all’albo) o psicologi specializzati in psicoterapia o in qualche indirizzo di psicologia (es. neuropsicologia). 

La sinfonia cambia se parliamo dei medici che scelgono la specializzazione in Psicoterapia. Infatti, per loro questa è una delle tante specializzazioni che possono scegliere (vedi anche pediatria, geriatria, psichiatria, neurologia ecc.)

Cosa può fare uno psicoterapeuta?

Cosa può fare uno psicoterapeuta ce lo dice il termine stesso. Questo può, infatti, fornire un trattamento terapeutico, ovvero un intervento indicato per la cura della sofferenza psichica e/o dei disturbi mentali. Ne sono esempi i disturbi d’ansia, disturbi d’umore come la depressione, disturbi psicotici, disturbi di personalità ecc. 

La differenza, però, tra uno Psicoterapeuta con una formazione psicologica e uno con una formazione medica sta in una: 

  • Diversa visione: comprende un differente approccio verso il problema e l’instaurazione di un diverso rapporto con il paziente. Lo psicologo-psicoterapeuta ha una visione psicologica, il medico-psicoterapeuta ha una visione medica. Grazie al cavolo, mi direte! Il punto è questo: il primo si focalizza sulla persona considerando un’insieme di fattori intercorrelati per la risoluzione del problema (es. fattori di natura biologica, sociale, emotiva, psicologica ecc.) , mentre il secondo si focalizza prevalentemente sul problema lavorando principalmente su di esso per risolverlo. Molto sinteticamente possiamo dire che lo psicologo-psicoterapeuta vede davanti a sé una persona (con il suo vissuto, le sue relazioni, la sua personalità ecc.) avente un problema, mentre il medico-psicoterapeuta vede davanti a sé un problema accomunabile ad altri sotto la stessa etichetta. Insomma, diversità contro omogeneità.
  • Differente tipologia di cura dei disturbi: lo psicologo-psicoterapeuta cura esclusivamente attraverso una terapia non farmacologica basata sulla comunicazione mentre il medico-psicoterapeuta è abilitato anche alla prescrizione di farmaci specifici detti psicofarmaci.

Differenza tra psicologo, psicoterapeuta e altre figure professionali

Psichiatra

Lo Psichiatra è un professionista laureato in Medicina con una specializzazione post-lauream in Psichiatria

Anch’esso si occupa di disturbi mentali, come lo psicoterapeuta, ma li considera maggiormente come prodotto di una disfunzione fisiologica. Quest’ultimo, quindi, dà molta importanza alla documentazione medica, mettendo in secondo piano tutta una serie di fattori a cui lo psicologo-psicoterapeuta, invece, darebbe peso (storia del paziente, relazioni, personalità, ecc.). 

Inoltre, predilige una cura di tipo farmacologico che ha lo scopo di equilibrare gli scompensi chimici e fisiologici del paziente. Ad esempio, è stato rilevato che, nella depressione, l’attività di alcuni neurotrasmettitori (definibili come dei messaggeri delle informazioni nervose), quali la serotonina, la noradrenalina e la dopamina, è meno intensa. Lo Psichiatra, allora, interverrà su questo scompenso, somministrando uno psicofarmaco che incrementerà la loro attività (antidepressivo). 

C’è da sottolineare che lo psicologo-psicoterapeuta è pur cosciente degli squilibri chimici di alcuni disturbi, ma preferisce correggerli prendendo un’altra strada rispetto allo psichiatra, ovvero riattivando le risorse, la capacità di scelta, le emozioni positive del paziente, in modo tale che sia in grado di equilibrare da sé gli squilibri chimici. Tra l’altro psichiatra e psicoterapeuta talvolta collaborano, perché i loro diversi approcci danno risultati ancor migliori se utilizzati insieme.

Infine, è bene chiarire che lo Psichiatra ha la possibilità di essere riconosciuto anch’esso come psicoterapeuta, facendo semplicemente richiesta di iscrizione all’Albo (senza dover, quindi, frequentare un’ulteriore specializzazione in Psicoterapia). A questo punto, anche lui potrà offrire trattamenti di cura non farmacologici.

Neurologo

Il Neurologo è un professionista laureato in Medicina con una specializzazione post-lauream in Neurologia. 

Si occupa della diagnosi, del trattamento e della gestione di patologie e infortuni a carico dell’intero sistema nervoso (dall’encefalo ai nervi periferici). 

Dal momento che il nostro sistema nervoso si occupa di raccogliere, trasmettere e rielaborare impulsi provenienti sia dall’esterno che dall’interno del corpo e ha il compito di gestire la nostra attività mentale, motoria e sensoriale, i disturbi di cui si occupa il neurologo daranno sintomi fisici legati all’attività nervosa. Ne sono esempi la demenza, gli ictus, i parkinsonismi, la SLA, la sclerosi multipla ecc.

Si differenzia dallo psichiatra e dallo psicoterapeuta per la diversa natura dei disturbi di cui si occupa: i primi si occupano di disturbi mentali, mentre il secondo di disturbi del sistema nervoso.

Una figura con la quale il neurologo può collaborare è lo psicologo con competenze neuropsicologiche: infatti, esso si occupa di valutazione neuropsicologica, riabilitazione e stimolazione cognitiva. 

Dal momento che molti disturbi neurologici sono accompagnati da compromissioni di tipo cognitivo, questo psicologo può valutare attraverso un colloquio e la somministrazione di test neuropsicologici quali sono le funzioni cognitive preservate e danneggiate. In seguito, basandosi sui risultati di questa valutazione, potrà creare dei percorsi volti a riabilitare o stimolare le funzioni cognitive compromesse.

Neuropsichiatra

Il Neuropsichiatra è una figura che possiede due specializzazioni: una in Neurologia e una in Psichiatria. C’è da sottolineare però che questo vale solo per la fascia adulta, perché per l’infanzia esiste una specializzazione unica chiamata Neuropsichiatria infantile. 

Questo professionista si occupa sia di disturbi mentali che neurologici, fondendo la figura dello psichiatra con quella del neurologo. Anche qui, può tornare utile la collaborazione con lo psicologo con competenze neuropsicologiche (vedi paragrafo neurologo).

Counselor

Qui è necessario premettere che il counseling è uno strumento che anche lo psicologo utilizza nella sua pratica. Si tratta di un’attività che mira a sviluppare le risorse personali dei pazienti, attraverso l’uso della relazione, in modo tale che questi migliorino la loro conoscenza. In sostanza, è un percorso di crescita e maturazione tramite il quale il paziente impara a conoscersi e a far fronte a piccoli momenti di crisi esistenziale.

Detto ciò, il Counselor è quella figura professionale che si occupa esclusivamente di counseling (a differenza dello psicologo che può fare anche valutazione, diagnosi, riabilitazione ecc.). 

Questa professione non è specificamente regolamentata dalla normativa italiana (né per il percorso formativo necessario per diventarlo, né per la natura della propria attività professionale). Diciamo che esiste solo una legge (Legge 4/2013) che disciplina le “professioni non organizzate in ordini e collegi”, ma non esiste (come, invece, per gli Psicologi) una specifica legge che regolamenta i counselorIn sostanza, chiunque può diventare counselor frequentando uno dei tanti corsi o scuole predisposte (tra l’altro questi, non essendo obbligati a seguire una normativa specifica, hanno tutti durata differente e un’offerta formativa molto diversificata).

Differenziamolo dallo psicologo

Sebbene questa categoria professionale abbia un forte desiderio di farsi largo, non ha ancora un’identità chiara. Quello che appare, infatti, è che i counselor siano degli psicologi incompleti (la durata del percorso formativo è la metà di quello di uno psicologo e possono occuparsi solo di counseling). Si, lo so,  avete assunto l’espressione del bimbo qui a fianco: “Cooosa? Ma stai scherzando?”.

Esistono, a tal proposito, varie associazioni di categoria che tentano di delineare i confini tra counselor e psicologo, sostenendo che si tratti di due professioni distinte. Dicono, ad esempio, che il counselor ha come target esclusivamente soggetti sani, i quali si trovano in un momento di difficoltà temporaneo e hanno bisogno di un esperto che li accompagni verso obiettivi da loro stabiliti, aiutandoli a dare il meglio di loro stessi. 

Per fare ciò, il counselor non parte da alcuna teoria della persona o sapere precostituiti: il suo compito è accompagnare il cliente nella sua esplorazione, attraverso specifiche abilità e tecniche relazionali basate sull’ascolto, l’accettazione, la comprensione empatica, il rispecchiamento del cliente e della sua esperienza soggettiva, favorendo il suo processo di empowerment (consapevolezza di sé). 

Insomma, tutto molto bello e interessante, se non fosse per il fatto che queste differenze tra l’attività di counseling dello psicologo e quella del counselor appaiono più come somiglianze.

Life Coach

Anche il Life Coach è una figura professionale non specificamente regolamentata dalla normativa italiana per cui non esistono dei requisiti minimi per poterlo diventare.

Il termine“coaching” nasce intorno agli anni ’80 negli Stati Uniti per indicare l’attività di un allenatore impegnato a sostenere, guidare e motivare una squadra o un singolo atleta per migliorarne le prestazioni in vista delle future competizioni. 

Da una decina di anni, però, questo termine si è esteso al di fuori dell’ambito sportivo, venendosi a configurare come un metodo che ha lo scopo di aiutare un individuo o un gruppo ad ottenere risultati ottimali in ambito sia lavorativo che personale. In sostanza, mira a sviluppare dei talenti nelle persone, nella direzione di far emergere a pieno le loro potenzialità a vantaggio di una meta da raggiungere nel modo più rapido ed efficace possibile.

Il coach si differenzia, dunque, dal counselor e dallo psicologo perché non si focalizza sull’aiuto orientato al disagio personale ma sull’accompagnamento verso un obiettivo di vita desiderato. Inoltre, la relazione coach-cliente è legata a una partnership  (associazione) senza alcun tipo di asimmetria. 


Approfondimento: gli orientamenti psicoterapeutici

Sappiate che non esiste un solo orientamento psicoterapeutico. Prima di iscriversi ad una scuola di Psicoterapia, uno psicologo deve valutare che tipo di orientamento preferisce.

L’esperienza di vita dell’essere umano, infatti, è composta da diverse dimensioni : 

  • fisica (riguardante la fisiologia del corpo, sensazioni e percezioni)
  • emotiva (riguardante emozioni, sentimenti, umore)
  • cognitiva (riguardante pensieri, immagini, convinzioni)
  • comportamentale (riguardante le azioni)
  • interpersonale (riguardante le relazioni con altri) 
  • spirituale (riguardante questioni esistenziali della vita e il rapporto con il proprio Dio)

Diciamo che le differenze tra i diversi orientamenti stanno nell’importanza che questi danno a una o più dimensioni rispetto ad altre. Fondamentalmente, però, pur nella loro diversità, tutti gli orientamenti puntano alla cura e alla salute della persona. Insomma, tutto fa brodo.

Orientamento cognitivo-comportamentale

L’orientamento cognitivo-comportamentale che prende spunto dalla teoria cognitivo-comportamentale(Ellis e Beck – primi anni ’60), secondo cui il nostro modo di pensare (pensiero) influisce su ciò che sentiamo (emozioni) e facciamo (comportamenti). 

Il metodo terapeutico, che ne deriva, punta a cogliere quei pensieri disfunzionali che determinano specifici problemi emotivi e comportamentali, così da lavorare su di essi. 

Questo orientamento dà importanza, quindi, alla dimensione cognitivaemotiva e comportamentale.

Orientamento psicoanalitico

L’orientamento psicoanalitico che prende spunto dalla teoria psicoanalitica di Freud, la quale ha introdotto concetti importanti come quello di inconscio, di transfert, di conflitto psichico e di pulsione

Il metodo terapeutico, che ne deriva, mira a comprendere le cause profonde del disagio soggettivo e dei sintomi (visti, appunto, come una particolare modalità di rispondere del soggetto alle sue esperienze di vita). 

Questo orientamento dà importanza, invece, alla dimensione cognitivaemotiva e interpersonale.

Analisi transazionale

L’Analisi Transazionale che prende spunto dalla teoria di E.Berne (anni ’50) che si pone come una teoria:

  • della personalità:ogni individuo è composto da 3 stati dell’Io (Io genitore, Io adulto, Io bambino)
  • dello sviluppo:ognuno, durante l’infanzia prende delle decisioni in modo inconsapevole che, poi, ci influenzeranno per tutta la vita (copione di vita
  • della comunicazione relazionale:in base agli stati dell’Io utilizzati, le persone possono comunicare in diversi modi (transazioni). 

Il metodo terapeutico, che ne deriva, mira a rendere consapevole la persona del suo copione di vita, che nell’infanzia risultava perfetto per adattarsi al proprio contesto ma, in età adulta, si traduce in una modalità rigida di agire che può essere controproducente e deve essere modificata. 

Questo orientamento dà importanza, anch’esso, alla dimensione cognitiva emotiva interpersonale.

Analisi bioenergetica

Benché prenda spunto dalla teoria psicoanalitica, un contributo importante alla formazione di questo orientamento fu dato da un allievo di Freud, W. Reich, che introdusse nella pratica della psicoanalisi anche l’osservazione del corpo. Il primo ad utilizzare il termine “bioenergia” fu, però, A. Lowen, allievo di Reich. 

Un primo assunto di questa terapia è quello di radicamento(contatto energetico con la realtà): i bambini sono in grado di dare libera espressione alle loro emozioni ma, quando crescono, quest’ultime si scontrano con la disapprovazione degli altri, costringendo i bambini ad imparare a controllarle. 

Il controllo dell’espressività, dato dal blocco dei muscoli ad essa relativi, ha come conseguenza una loro tensione cronica e inconscia. Esteriormente, il blocco del flusso energetico, porta alla perdita di buona parte della propria vitalità e personalità, tanto che la vita può arrivare a risultare scolorita e tetra. 

La terapia mira, dunque, a consapevolizzare il paziente dei propri pensieri di controllo, che provocano tensioni muscolari, con lo scopo di sciogliere questi blocchi. 

Questo orientamento dà importanza alla dimensione cognitiva , emotiva e fisica.

Orientamento basato sulla Mindfulness

Questo orientamento coniuga psicologia occidentale e filosofia buddista. Si basa, da una parte, sui lavori di J.Kabat-Zinn che, attratto dalle discipline orientali, decide di mettere a punto un programma per aiutare le persone a ridurre il dolore e lo stress, unendo tecniche meditative(Mindfullness) ad aspetti scientifici, e dall’altra, su alcuni assunti della teoria cognitivo-comportamentale

Per Mindfullness si intende uno stato mentale non concettuale, non-discorsivo, non-linguistico che ci “apre” a delle vie di comprensione profonda del nostro funzionamento mentale. Non si tratta di una dissociazione dalla realtà, né di una forma di trance, né di una condizione “mistica” e nemmeno di una forma di rilassamento. Possiamo definirla solo come una profonda consapevolezza di noi stessi, la cui caratteristica è l’accettazione delle esperienze che si stanno vivendo nel presente (il qui ed ora). 

La terapia coniuga l’applicazione clinica della meditazione con gli strumenti della terapia cognitiva-comportamentale. A differenza di quest’ultima, però, tende ad occuparsi più del processo di pensiero, (cioè del modo di funzionare della mente), rispetto ai contenuti dei pensieri stessi. L’obiettivo, infatti, non è tanto trasformare i pensieri, quanto piuttosto riconoscerli per quello che sono (ossia, dei semplici contenuti mentali senza caratteristiche di concretezza e di realtà). In questo modo, tutto si ridimensiona. 

Questo orientamento dà importanza alla dimensione cognitivaemotiva e spirituale.


Conclusione

VADO DALLO PSICOLOGO QUANDO: sto passando un momento di crisi, di disorientamento, di disagio o sofferenza e ho bisogno di un supporto che mi permetta di uscire da una situazione di stallo o di intrappolamento e che mi faccia vedere le cose da una prospettiva diversa. Posso rivolgermi a lui anche per una valutazione neuropsicologica e per affrontare percorsi di riabilitazione, stimolazione e potenziamento cognitivo.

SCELGO LO PSICOTERAPEUTA QUANDO: sto vivendo in uno stato di sofferenza e disagio profondo, grave e radicato nel passato oppure sospetto/mi hanno diagnosticato un disturbo psichico (depressione, ansia, disturbo di personalità ecc.) e penso che una terapia farmacologica non basti come cura.

CHIAMO LO PSICHIATRA QUANDO: il mio disagio o il mio disturbo psichico ha una forte componente fisiologica o un livello di gravità tale da aver bisogno obbligatoriamente di farmaci. Posso rivolgermi a lui anche quando non mi sento disposto ad intraprendere un percorso di cambiamento più impegnativo con uno psicoterapeuta.

SCELGO IL NEUROLOGO QUANDO: sospetto/mi hanno diagnosticato un disturbo a carico del sistema nervoso (demenza, parkinsonismi, ictus, SLA, sclerosi multipla ecc.)

VADO DAL NEUROPSICHIATRA INFANTILE QUANDO: sospetto/ hanno diagnosticato a mio figlio un qualche tipo di disturbo mentale o neurologico.

CHIAMO IL COUNSELOR QUANDO: sto passando un momento di crisi e voglio prendere consapevolezza del mio funzionamento, esplorando me stesso.

SCELGO IL COACH QUANDO: voglio semplicemente sviluppare alcune mie potenzialità per ottenere dei successi lavorativi e personali desiderati.


Un piccolo ripasso divertente!


Quiz Time!

Cliccando sul bottone, ti verrà proposto un piccolo quiz per testare le tue abilità di memorizzazione e comprensione del testo

Categorie: Psicologia

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *